RENZO DE FELICE: IL FASCISMO-Laterza–1998 (12sunto).IVANOE BONOMI: DAL SOCIALISMO AL FASCISMO

Pubblicato il da Lorenzo Pontiggia il poeta Mary Lory

 

RENZO DE FELICE: IL FASCISMO-Laterza–1998 (12sunto).IVANOE BONOMI: DAL SOCIALISMO AL FASCISMO

Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici.

 

L'origine e lo sbocco.

 

Quando nel gennaio del 1919, Benito Mussolini e il suo giornale < Il Popolo d'Italia >, si fanno promotori di una adunata di <interventisti che, dopo quattro anni di lontananze e di battaglie, intendono determinare il loro atteggiamento spirituale e politico di fronte ai problemi nazionali del dopo guerra >, il movimento, ancora piccolo e pressoché ignoto, nasce con una tinta di accesa democrazia rivoluzionaria. Gli uomini che vi partecipano provengono quasi tutti dal socialismo e dal sindacalismo. Non mancano che i riformisti, i quali, dopo aver tentata un'organizzazione unitaria con l'Unione socialista italiana, si sono staccati dal mussolinismo per la clamorosa ostilità di Mussolini al famoso discorso di Bissolati alla Scala.

Mussolini, infatti, l'aveva spiritualmente preparata come una reazione all'incapacità della borghesia italiana a concludere nella pace la vittoria...

Le prime parole di quell'adunata sono altrettante ferite all'ordine esistente: bisogna fare “tabula rasa”, i vecchi partiti sono morti o moribondi, occorre gente nuova che affronti in pieno la plutocrazia internazionale...

Quando Mussolini parla agli intervenuti assume un tono messianico: < Il regime, egli dice, ha aperto la successione, perché fummo noi che spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. Il Senato deve essere abolito. Vogliamo una rappresentanza dei singoli interessi. Chiediamo il suffragio universale per uomini e donne; lo scrutinio di lista a base regionale; la rappresentanza proporzionale. Dalle nuove elezioni uscirà una assemblea nazionale alla quale noi chiederemo che decida sulla forma di governo dello Stato italiano. Essa, dirà: repubblica o monarchia; e noi, che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo momento: repubblica >.

Il programma dei Fasci accoglie le rivendicazioni socialiste allora di moda. Esso comprende i seguenti postulati: < La Camera siederà in assemblea costituente per esaminare e risolvere il problema istituzionale dello Stato; radicale riforma tributaria comprendente la decimazione delle ricchezze, la confisca dei sopraprofitti di guerra, la tassazione onerosa dell'eredità per sistemare definitivamente i mutilati, gli invalidi, i combattenti e le loro famiglie; confisca dei beni ecclesiastici per devolverli alle istituzioni di assistenza locale amministrate dai cittadini; trasformazione degli ordinamenti militari per attuare rapidamente la nazione armata >.

Nei rapporti delle classi, < Il Popolo d'Italia > di quei giorni propugna questa formula: < collaborazione, in modi e forme da stabilire, quando si tratta della produzione; lotta di classe quando si tratta della ripartizione >.

Anche l'Unione italiana del lavoro, i cui quadri dovranno poi fornire l'intelaiatura delle Corporazioni fasciste, si muove secondo uno spirito di concorrenza al socialismo rivoluzionario...

 

I partiti politici liberali e democratici, erano riuniti in blocco per la suprema difesa delle istituzioni statali da non accostarsi a nessun movimento...

 

Nel 1920, l'anno della vera passione d'Italia, trova il fascismo in una situazione di assoluta impotenza. La follia bolscevica aveva inquinato tutti gli strati sociali... Anche gli spiriti più combattivi si ritirano scoraggiati in un individualismo sdegnoso, al di fuori della mischia sociale. < A noi, che siamo i morituri dell'individualismo, scrive Mussolini nella primavera del 1920, non resta, per il buio presente e per il tenebroso domani, che la religione, assurda ormai, ma sempre consolatrice dell'anarchia >.

La febbre rivoluzionaria frattanto progredisce senza posa. Non sa dove mirare e che cosa volere, ma intanto disgrega e distrugge. Gli scioperi si susseguono agli scioperi, i servizi pubblici si interrompono. Gli ufficiali dell'esercito sono insultati nelle vie, talché il ministro della Guerra deve ordinare loro di difendersi. La borghesia, più disposta a venire a patti col proletariato che ad affrontare i rischi d'un aperto combattimento, incoraggiano piuttosto la transazione che la resistenza.

Gli elementi dannunziani minacciano il governo da Fiume. I Fasci di combattimento, ancora scarsi e sparuti, minacciano lo Stato monarchico con la Costituente tendenzialmente repubblicana.

Nessuno osa muovere in soccorso dello Stato.

Il ministro Bonomi, dopo aver provveduto all'invio dei rinforzi militari prelevandoli dalla Dalmazia e da Rodi, apre arruolamenti volontari... Soltanto un ristretto numero risponde all'appello.

Mussolini non intende intervenire a favore degli industriali e contro gli operai, e intanto dichiara la neutralità del fascismo.

Il grande episodio il più grande della mancata rivoluzione bolscevica italiana, si svolge senza che il fascismo faccia anche un solo gesto di difesa e di resistenza. Lo studente Mario Sonzini, barbaramente ucciso a Torino, è un nazionalista.

 

Nello stesso autunno del 1920, il socialismo muove alla conquista dei Comuni. La borghesia non si difende più: si arrende. Migliaia di Comuni cadono così nelle mani di amministratori socialisti e comunisti, spesso privi d'ogni preparazione culturale e morale.

Ormai la misura è colma. Gli industriali che hanno corso un mortale pericolo, gli agrari che, dopo esser stati vessati dalle leghe rosse, sono vessati anche dai municipi comunisti, la piccola borghesia che è stanca di violenze, di sopraffazioni, di minacce, preparano la riscossa.

Basterà un cenno, un segno, un episodio per scatenare la reazione. L'uccisione del consigliere Giordani nel palazzo d'Accursio di Bologna, alla fine del novembre 1920, dà il segnale dell'insurrezione. Ed è soltanto dopo di allora che i Fasci di combattimento appaiano nella cronaca italiana... I Fasci erano piccoli gruppi, ma nella primavera del 1921 si ingrossano, si moltiplicano, con una rapidità vertiginosa. Il fascismo, movimento prevalentemente milanese, diventa allora movimento nazionale.

< Il fascismo è già vincitore perché il socialismo è già da per tutto vinto >, ammonisce Mussolini in quei giorni. Perciò occorre porre termine alla violenza. I socialisti, ormai non più pericolosi, < hanno diritto di manifestare le loro idee e di fare la loro propaganda >...

Bisogna dunque arrestare il fascismo sulla china perigliosa dove l'impero antibolscevico delle nuove reclute sta per trascinarlo.

Aperta la nuova Camera, Mussolini, il 23 luglio 1921, ritenta di richiamare il fascismo al suo carattere di democrazia economica e politica. Fra lo stupore dei suoi nuovi compagni, reduci dai sistematici assalti alle leghe rosse e bianche e ai circoli socialisti e popolari, egli si dichiara disposto ad un'alleanza fra i tre partiti di masse: fascisti, socialisti e popolari, per inaugurare una audace politica, fondata sul consenso della grande maggioranza degli italiani.

Caduti i tentativi fra l'indifferenza della nuova massa fascista, che pensavono che erano divagazioni di sociologia astratta inserite nella realtà concreta della reazione antisocialista del loro capo, dopo che la minaccia bolscevica è stata debellata....

 

Mussolini nell'agosto del 1921 impone il patto di pacificazione, sotto gli auspici del presidente della Camera. Ma il fascismo dell'Emilia, della Romagna e della Toscana si rifiutavano di ratificare il patto di pacificazione.

Mussolini capì di non insistere per la pacificazione se no ci sarebbe stato lo scioglimento dello squadrismo armato. E il capo, al congresso di Roma del novembre 1921, avvertito ormai, dal suo sottile senso di tribuno, della invincibile volontà della sua massa, non si rifiutò di seguirla.

Nasce un movimento decisamente antisocialista; e la meta nuova è la conquista dello Stato, è lo Stato fascista, verso il quale si indirizzano, con foga irruenta, le camice nere, palesemente inquadrate ed armate. Mussolini ammonisce il governo di non “martellare” con provvedimenti di polizia il fascismo, giacché esso potrebbe anche allearsi al comunismo per rovesciare lo Stato, salvo poi a “conflittuare” con il nuovo alleato per la “spartizione del bottino...

Il parlamento cessa così di esistere come massimo istituto nel quale si esprime la volontà collettiva.

 

Ecco perché Mussolini, avviandosi a Roma nelle giornate della famosa marcia, non incontrava a Civitavecchia il proletariato reduce dalle trincee assetato di nuove giustizie, quale lo aveva sognato e invocato tre anni prima, ma incontrava gli uomini della nuova destra, gli uomini del nazionalismo, e con essi entrava nella capitale ad instaurarvi la sua dittatura

 

In mancanza di Riflente, ciò che può apparire di buonsenso e di ampia sapienza deve essere letto con grande capacità critica, così, da riconoscere la demagogia del politichese...

 

Lorenzo Pontiggia il Poeta marylory

 

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